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Don Carlos

A diciassette anni, già da tre rinchiuso in un collegio, la pipa mi apparve una mattina dalla mia amica tabaccaia quasi come una folgorazione. Le erano appena arrivate delle confezioni da principiante con dentro scovolini, pigino e libretto per le istruzioni, le chiesi ancora una busta di tabacco (Clan) e uscii dal negozio felice e pipante. A quei tempi in classe tutti fumavano, professori, alunni e se capitava anche il bidello, non vedevo nulla di male se io invece delle sigarettacce fumassi una pipa, dello stesso parere non erano i miei compagni e i miei "superiori" e così iniziarono le mie "lotte di classe", anche se la pipa iniziava a bruciarmi il palato e io iniziavo a rimpiangere le sigarette, ma ormai la guerra era iniziata, non potevo più tirarmi indietro. Un mese dopo ero diventato un vero fumatore di pipa col permesso di uscire dalla classe ogni volta che desiderassi accenderla, un grande briciolo di libertà in un mondo dove l’obbedienza era alla base.

A ventitre anni il primo fil di fumo dalla prima pipa realizzata da me con l’aiuto di un bel vecchio che abitava vicino Cagli, una collaborazione che sarebbe durata fino alla sua morte. Ero stanco delle solite pipe, ne volevo una come dicevo io, ho impiegato due anni prima di riuscire a tenere in mano il mio sogno, giusto in tempo perchè un tabaccaio di Urbino me la vedesse e me ne ordinasse una decina. Trentuno anni fa e ancora il tabaccaio di Urbino è mio cliente. Altri due anni di frequentazioni nei laboratori pesaresi e il grande salto, un nome, una pipa tutta mia o meglio a socio con uno dei miei idoli di allora, nasce così la Ser Jacopo dalla Gemma, ma ahimè, due galli non cantano nello stesso pollaio, io ho resistito cinque anni a fare il secondo, o meglio ancora l’ultimo.

Nell’ottantasette lasciai la Ser Jacopo e iniziai un pellegrinaggio lungo due anni nelle varie piperie pesaresi, volevo imparare altri sistemi, altre tecniche e alla Il Ceppo ebbi al fortuna di conoscere quello che secondo me era il più geniale dei piparoli Pesaresi. Quando entravo nel suo laboratorio mi sembrava di entrare all’università, ogni giorno ne uscivo con qualcosa di nuovo, lavoravo dodici ore al giorno, ma mai provato il senso della stanchezza. Fu lo stesso Imperatori che mi aiutò a " mettere su " il mio laboratorio e che mi seguì quasi come un padre per diversi anni, aiutandomi a superare tutte le difficoltà tecniche che mi assillavano, ho un grosso debito verso lui. Don Carlos fu un nome quasi casuale, era un’opera di Verdi quindi un prodotto italiano conosciuto in tutto il mondo, sarebbe stato un piccolo grimaldello per cuori musicali. Non conoscevo Verdi e non apprezzavo quel poco della sua musica che distrattamente avevo ascoltato, quindi nessun pudore per utilizzarlo. Tornassi indietro sarebbe questa l’unica cosa che cambierei della mia vita da piparolo, ora che inizio a conoscere Verdi ed apprezzo tantissimo la sua musica mi sembra di aver voluto confondere l’arte con il mio fango, ma... si va solo avanti.

Il rapporto coi venditori italiani non fu tra i più felici, sono stato artisticamente fregato al mio primo tentativo di vendita presso un negozio (non vedo il coprotagonista di questa vicenda da anni, ma nonostante tutto sono rimasto legato a lui affettivamente) e violentemente massacrato dal mio primo rappresentante, tanto che con mia moglie si decise di non vendere più in Italia. In America ho trovato l’america, una grossa ditta che ha subito creduto nelle mie mani e in poco tempo mi ha sommerso di ordini, tanto che ad un certo punto mi son ritrovato nel mio laboratorio con quattro dipendenti e un lavoro massacrante.

Poi quasi sette anni fa (il 19/10/02 alle ore 12.35) l’incidente di moto che ha segnato una svolta, ho impiegato cinquantaquattro giorni per poter riacquistare la posizione verticale e un calvario di un anno e mezzo tra interventi chirurgici e terapie varie per poter di nuovo vedere la mia mano sinistra quasi lavorare come una volta.

Nel frattempo gli operai avevano trovato un nuovo lavoro e i miei Americani erano spariti, ho ripreso piano piano a lavorare e ho trovato questa nuova dimensione, la solitudine del mio grande laboratorio inondato di musica. Ora mi sento molto in pace, ho una produzione ridottissima, credo di sfiorare appena i quattrocento pezzi annui. Se manco un solo giorno dal lavoro sento che mi manca qualcosa, qui è il mio piccolo regno, dove una nuova idea impiega poco a trasformarsi in realtà bella o brutta che sia, mi diverto e continuo da solo la strada dell’apprendimento.

Bruto


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